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A tavola in Calabria con San Francesco di Paola

 *A tavola con  San Francesco di Paola

a cura di

Luigi Blotta

 

Le ricette proposte in questa manifestazione appartengono alla cucina popolare calabrese, da sempre caratterizzata da sapori semplici e da ingredienti poveri, frutto del territorio e delle materie prime che questo metteva a disposizione. Si tratta di piatti più da cucchiaio che da forchetta, che spesso rappresentavano il pasto completo, e che in alcuni casi hanno risentito dell'influenza gastronomica delle regioni limitrofe (Campania, Puglia e Sicilia), pur non perdendo mai di originalità per l'uso esaltante che di ortaggi e legumi si è sempre fatto in Calabria.

La fame era l'ingrediente fondamentale di questi piatti, economici e sobri, strettamente legati alle stagioni e ai prodotti della terra, del bosco e del mare. "U cucinatu" di gente che per secoli è riuscita con fatica a combinare il pranzo con la cena e che, il più delle volte, ha fatto di necessità virtù, sfruttando con fantasia ogni potenziale alimento, anche il più umile e povero. Quella virtù che ritroviamo nelle privazioni degli asceti cristiani e, più specificatamente, nel dettato della quarta regola dei "Minimi". Ci piace immaginare che alcuni di questi piatti possano essere stati assaggiati da fra Francesco di Paola, da molti definito: "uno dei più grandi santi rivoluzionari di ieri e di oggi" per la sua costante opera di rinnovamento della Chiesa, sempre in fedeltà alle regole del suo ordine (digiuno e umiltà, carità e "quaresima perpetua"). Quel figlio illustre della Calabria che, per indicare alla sua famiglia religiosa lo stile da seguire, ha aggiunto alle tre regole degli ordini religiosi, quella della vita quaresimale: «Tutti i frati di questo Ordine si asterranno completamente dai cibi di carne e nel regime quaresimale faranno frutti degni di penitenza sì da evitare del tutto le carni e quanto da esse proviene. Pertanto a tutti e a ciascuno di essi è assolutamente e incontestabilmente proibito di cibarsi, dentro e fuori convento, di carni, di grasso, di uova, di burro, di formaggio e di qualsiasi specie di latticini e di tutti i loro composti e derivati». L'unica eccezione prevista alla regola è la malattia, a condizione, però, che non possa essere curata con cibi quaresimali. Come non dimenticare poi il rapporto del Santo taumaturgo con il mare e con i suoi prodotti "poveri", anch'essi tradizionalmente cibo dei calabresi. San Francesco di Paola non a caso è stato proclamato da Papa Pio XII "Patrono della Gente di Mare Italiana" (27 marzo 1943). Il Papa ha così recepito una lunga tradizione di riconoscenza e di affetto della gente di mare verso il Santo che tanti prodigi operò in favore dei pescatori. Basti ricordare il passaggio sullo stretto di Messina, che fece allibire l'avaro nocchiero, e stupire il mare per la singolare barca di fra' Francesco.  Al contempo, sono noti i lunghi viaggi dell'eremita sul mare - dalla Calabria a Bormes in Francia - come il fatto che spesso si servisse di un barcone per trasportare il legname che doveva servire alla costruzione dei suoi tanti romitori. Non bisogna poi dimenticare che il processo per la sua glorificazione terreno è ricco di episodi marinari (intervento in favore di una tonnara, placa una tempesta, ... ), dimostrando che la categoria dei pescatori familiarizzava con lui. "Tanti i pescatori che si portavano da Francesco, offrendo del pesce per i suoi frati, iniziando tradizioni - in parte ancora oggi praticate – come l'offerta del primo tonno a San Francesco di Paola oppure, come ancora oggi avviene in alcune delle comunità del Sud Italia, dando gratuitamente il pesce ai figli del Santo. Permane, infatti, nel mondo dei pescatori la certezza che sia il Santo a facilitare una buona pesca, e che sia l'unico a stare loro accanto nelle lunghe ore di attesa e di difficile lavoro" (Bollettino Ufficiale dell'Ordine dei Minimi, 7993 - P Alessandro Galuzzi).

 

*(Da “La cucina “povera” calabrese ai tempi di San Francesco “ – Michele Capalbo)

 

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